Allucinazioni dell’IA negli atti processuali: la Cassazione richiama gli avvocati
L’intelligenza artificiale entra sempre più frequentemente negli studi legali come strumento di supporto alla ricerca e alla redazione degli atti, ma il suo utilizzo non può prescindere da un rigoroso controllo umano.
Lo ribadisce con fermezza la Corte di Cassazione che, con l’ordinanza n. 11431/2026 della VII Sezione penale, affronta uno dei primi casi in cui le cosiddette “allucinazioni” dell’AI generativa hanno inciso direttamente sull’esito del giudizio.
La Suprema Corte non si limita a dichiarare inammissibile il ricorso, ma censura apertamente la condotta del difensore, evidenziando come il contenuto dell’atto fosse con ogni probabilità il risultato di un utilizzo acritico di strumenti di intelligenza artificiale.
La decisione rappresenta un importante precedente in materia di responsabilità professionale nell’utilizzo delle nuove tecnologie e pone un principio destinato a orientare la prassi forense: l’intelligenza artificiale può costituire un valido supporto all’attività dell’avvocato, ma non può sostituire il controllo umano sulla correttezza delle fonti e dei riferimenti giuridici.
Il procedimento de quo riguardava una condanna per concorso nel reato di spaccio di sostanze stupefacenti.
Secondo i giudici di merito, l’imputato aveva fornito un contributo morale all’azione criminosa avvertendo il coimputato dell’arrivo delle forze dell’ordine, favorendone il tentativo di fuga.
Nel ricorso per Cassazione, la difesa contestava la ricostruzione dei fatti richiamando numerosi precedenti giurisprudenziali a sostegno delle proprie argomentazioni. È proprio l’esame di tali richiami a determinare una delle più severe prese di posizione della Suprema Corte sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nell’attività difensiva.
L’ordinanza contiene un passaggio destinato a fare scuola:

La Cassazione osserva infatti, in via preliminare, che i richiami giurisprudenziali contenuti nel ricorso risultano frutto di probabile allucinazione informatica conseguente all’utilizzo di applicativi di intelligenza artificiale generativa.
Secondo i giudici, tutte le pronunce richiamate presentavano anomalie incompatibili con una normale attività di ricerca giuridica. Sebbene le sentenze esistessero realmente, i principi di diritto loro attribuiti erano inesatti; inoltre, diversi precedenti erano stati ricondotti a sezioni della Cassazione che non li avevano mai pronunciati.
La Corte evidenzia, ad esempio, che la nota sentenza delle Sezioni Unite Mannino era stata citata per un principio che in realtà non aveva mai affermato. Analogamente, numerose altre decisioni risultavano attribuite a sezioni diverse da quelle effettivamente competenti e riportavano principi del tutto estranei al loro contenuto.
Un insieme di errori che, secondo la Suprema Corte, costituisce il tipico effetto delle cosiddette “allucinazioni” dell’intelligenza artificiale generativa: informazioni apparentemente plausibili, ma prive di corrispondenza con la realtà.
L’aspetto più significativo dell’ordinanza è il richiamo alla responsabilità professionale del difensore.
La Cassazione non censura l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in quanto tale. Ciò che viene stigmatizzato è l’assenza di qualsiasi verifica sull’attendibilità delle informazioni generate dall’algoritmo.
In altre parole, l’AI può essere uno strumento di supporto, ma non sostituisce il dovere dell’avvocato di controllare personalmente la correttezza delle fonti normative e giurisprudenziali richiamate negli atti processuali.
Il deposito di un ricorso contenente citazioni errate, principi inesistenti e riferimenti giurisprudenziali alterati integra una violazione dei doveri di diligenza professionale, con conseguenze che possono riflettersi direttamente sull’esito del giudizio.
Le conseguenze, nel caso di specie, sono state particolarmente gravose.
La Corte ha infatti concluso dichiarando il ricorso inammissibile, disponendo come segue: “ritenuto, conclusivamente, che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 3000 in favore della Cassa delle Ammende, non potendosi escludere profili di colpa nella sua proposizione”.
Non si tratta, quindi, di una mera censura formale. La Suprema Corte individua una responsabilità riconducibile alla mancata verifica del contenuto dell’atto, escludendo che gli errori possano essere considerati semplici sviste.
L’ordinanza n. 11431/2026 segna un punto di svolta nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella pratica legale.
Il messaggio della Cassazione è chiaro: l’innovazione tecnologica è compatibile con l’attività forense solo se accompagnata dall’esercizio del giudizio critico e dal controllo umano. L’avvocato rimane l’unico responsabile del contenuto dell’atto che sottoscrive e deposita.
Dott.ssa Beatrice Domenichelli

Allucinazioni dell’IA negli atti processuali: la Cassazione richiama gli avvocati
L’intelligenza artificiale entra sempre più frequentemente negli studi legali come strumento di supporto alla ricerca e alla redazione degli atti, ma il suo utilizzo non può prescindere da un rigoroso controllo umano.
Lo ribadisce con fermezza la Corte di Cassazione che, con l’ordinanza n. 11431/2026 della VII Sezione penale, affronta uno dei primi casi in cui le cosiddette “allucinazioni” dell’AI generativa hanno inciso direttamente sull’esito del giudizio.
La Suprema Corte non si limita a dichiarare inammissibile il ricorso, ma censura apertamente la condotta del difensore, evidenziando come il contenuto dell’atto fosse con ogni probabilità il risultato di un utilizzo acritico di strumenti di intelligenza artificiale.
La decisione rappresenta un importante precedente in materia di responsabilità professionale nell’utilizzo delle nuove tecnologie e pone un principio destinato a orientare la prassi forense: l’intelligenza artificiale può costituire un valido supporto all’attività dell’avvocato, ma non può sostituire il controllo umano sulla correttezza delle fonti e dei riferimenti giuridici.
Il procedimento de quo riguardava una condanna per concorso nel reato di spaccio di sostanze stupefacenti.
Secondo i giudici di merito, l’imputato aveva fornito un contributo morale all’azione criminosa avvertendo il coimputato dell’arrivo delle forze dell’ordine, favorendone il tentativo di fuga.
Nel ricorso per Cassazione, la difesa contestava la ricostruzione dei fatti richiamando numerosi precedenti giurisprudenziali a sostegno delle proprie argomentazioni. È proprio l’esame di tali richiami a determinare una delle più severe prese di posizione della Suprema Corte sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nell’attività difensiva.
L’ordinanza contiene un passaggio destinato a fare scuola:

La Cassazione osserva infatti, in via preliminare, che i richiami giurisprudenziali contenuti nel ricorso risultano frutto di probabile allucinazione informatica conseguente all’utilizzo di applicativi di intelligenza artificiale generativa.
Secondo i giudici, tutte le pronunce richiamate presentavano anomalie incompatibili con una normale attività di ricerca giuridica. Sebbene le sentenze esistessero realmente, i principi di diritto loro attribuiti erano inesatti; inoltre, diversi precedenti erano stati ricondotti a sezioni della Cassazione che non li avevano mai pronunciati.
La Corte evidenzia, ad esempio, che la nota sentenza delle Sezioni Unite Mannino era stata citata per un principio che in realtà non aveva mai affermato. Analogamente, numerose altre decisioni risultavano attribuite a sezioni diverse da quelle effettivamente competenti e riportavano principi del tutto estranei al loro contenuto.
Un insieme di errori che, secondo la Suprema Corte, costituisce il tipico effetto delle cosiddette “allucinazioni” dell’intelligenza artificiale generativa: informazioni apparentemente plausibili, ma prive di corrispondenza con la realtà.
L’aspetto più significativo dell’ordinanza è il richiamo alla responsabilità professionale del difensore.
La Cassazione non censura l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in quanto tale. Ciò che viene stigmatizzato è l’assenza di qualsiasi verifica sull’attendibilità delle informazioni generate dall’algoritmo.
In altre parole, l’AI può essere uno strumento di supporto, ma non sostituisce il dovere dell’avvocato di controllare personalmente la correttezza delle fonti normative e giurisprudenziali richiamate negli atti processuali.
Il deposito di un ricorso contenente citazioni errate, principi inesistenti e riferimenti giurisprudenziali alterati integra una violazione dei doveri di diligenza professionale, con conseguenze che possono riflettersi direttamente sull’esito del giudizio.
Le conseguenze, nel caso di specie, sono state particolarmente gravose.
La Corte ha infatti concluso dichiarando il ricorso inammissibile, disponendo come segue: “ritenuto, conclusivamente, che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 3000 in favore della Cassa delle Ammende, non potendosi escludere profili di colpa nella sua proposizione”.
Non si tratta, quindi, di una mera censura formale. La Suprema Corte individua una responsabilità riconducibile alla mancata verifica del contenuto dell’atto, escludendo che gli errori possano essere considerati semplici sviste.
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Il messaggio della Cassazione è chiaro: l’innovazione tecnologica è compatibile con l’attività forense solo se accompagnata dall’esercizio del giudizio critico e dal controllo umano. L’avvocato rimane l’unico responsabile del contenuto dell’atto che sottoscrive e deposita.
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