Crisi d’impresa e disoccupazione. La vicenda Whirpool

giugno 8th, 2019|Claudio Grimaldi, IMPRESE|

Da ormai qualche giorno si sente parlare della protesta dei lavoratori dello stabilimento Whirlpool di Napoli che rischiano di rimanere senza lavoro.

La multinazionale in parola ha infatti manifestato la volontà di cedere il ramo d’azienda, promettendo che una società terza assicurerà la continuità industriale e i livelli occupazionali. Tuttavia, la Whirlpool non può dirsi certamente una società incline a mantenere la parola data.  

Lo scorso ottobre, infatti, si era impegnata con il Ministro del Lavoro Di Maio ad investire nuove risorse nello stabilimento napoletano, per un totale di 250 milioni di euro, assicurando al contempo un’inversione di rotta rispetto alla tendenza manageriale che spostava la produzione in Polonia. La scelta della multinazionale, di convogliare le risorse verso la Polonia, sembra risiedere nel minor costo della manodopera. Eppure, alcuni dei lavoratori lamentano di essere in cassa integrazione da circa un anno. L’accordo quadro firmato con il Ministro Di Maio c.d. intesa “zero esuberi” aveva proprio l’obiettivo opposto. L’accordo – fondato sul nuovo Piano Industriale 2019-2021 – puntava a far ritornare in Italia alcune linee di produzione attive all’estero con la contestuale garanzia che non ci sarebbero stati esuberi di lavoratori al completamento del piano industriale nel 2021. Dal canto suo il Governo si impegnava ad accompagnare la cassa integrazione straordinaria fino al 31 dicembre 2020 e a monitorare l’attuazione del piano.

Invece, nonostante gli impegni impresi, la multinazionale annuncia la cessione. I sindacati subito insorgono. La Fiom commenta «è inaccettabile che gli impegni presi vengano disattesi in questo modo, a ogni cambio di management. E’ necessaria una presa di posizione del governo, co-attore dell’accordo quadro che ad oggi viene messo in discussione dall’azienda. Tutti gli stabilimenti del gruppo si sono fermati, con produzioni bloccate in tutto il gruppo».

La Cgil «E’ una scelta inaccettabile. Serve risposta immediata. Napoli e il Mezzogiorno hanno già pagato abbastanza ed è necessario che governo intervenga per far cambiare idea alla multinazionale e far rispettare gli accordi».

Ed in effetti a rischio sono circa 430 posti di lavoro e lo sciopero dei lavoratori appare dunque giustificato. Inoltre, è giusto notare che la violazione dell’accordo non è senza conseguenze.

 Alla firma dello stesso è seguita la concessione degli ammortizzatori sociali che avevano lo scopo di supportare il piano industriale ed il Governo dunque s’impegna a chiedere delucidazioni ai vertici aziendali. Il Mise «è pronto a rimettere in discussione l’intero piano industriale, chiedendo spiegazioni urgenti all’azienda e tutelando al 100% tutti i lavoratori».

I sindacati non mancano di far notare una mancanza di autorevolezza del Governo nel far rispettare gli accordi conclusi con le multinazionali che decidono di operare sul territorio. Il Mise nel martedì ultimo scorso ha convocato d’urgenza un tavolo di crisi per discutere degli ultimi avvenimenti.

Non dimentichiamoci, infatti, che l’Italia – con vicende che hanno riguardato recentemente la crisi economica della Mercato Uno – nel giro di poco più di venti giorni sembra aver già perso due importanti aziende.

L’odierna vicenda della Whirlpool pone, per l’ennesima volta, sotto gli occhi di tutti il dramma della disoccupazione, ormai sempre connesso alle situazioni di crisi dell’impresa – che sempre più spesso rappresentano l’anticamera dell’avvio di procedure concorsuali – e che negli ultimi tempi ha assunto livelli preoccupanti.

Il fenomeno della disoccupazione, come detto sempre presente nelle situazioni di crisi aziendale, per effetto della globalizzazione è ormai presente a livello mondiale ed ogni Stato sta adottando misure per porvi rimedio.

Tuttavia, attesa la natura ormai globale del fenomeno della disoccupazione, si ritiene che qualunque soluzione non potrà rilevarsi efficace se non sarà anch’essa “globale”.

Si tratterà allora, ad di là delle scelte di ciascuna Nazione, di intervenire sulle leggi dell’economia partendo dall’imprescindibile presupposto che il “lavoro” non è un risultato finale, ma lo strumento che serve per raggiungere il risultato rappresentato dalla richiesta di beni e di servizi, con la conseguenza che in tanto vi sarà bisogno della produzione e del lavoro in quanto rimarrà alto il livello della richiesta dei beni e dei servizi.

Si tratterà parimenti, per risolvere il problema sempre crescente dei c.d. “esuberi”, di responsabilizzare anche gli imprenditori che, a volte, sono i principali responsabili del fenomeno in discorso e della conseguente disoccupazione.

Giova infatti rammentare che, relativamente al nostro ordinamento, che nell’art. 2082 del codice civile l’imprenditore viene definito come colui che “esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione di beni e servizi” e che l’art. 2086 dispone che proprio l’imprenditore è “il capo dell’impresa e da lui dipendono gerarchicamente i suoi collaboratori”.

Partendo da tali imprescindibili presupposti si perviene alla logica conseguenza che, se in un’impresa si prospetta il problema dei c.d. “esuberi” e la conseguente necessità di avviare dei licenziamenti, la colpa non è mai dei lavoratori ma solo ed esclusivamente dell’impresa che li ha assunti.

Infatti, se nel rispetto di quanto previsto dall’art. 2082 del codice civile, i management svolgessero l’attività d’impresa con la giusta “professionalità” sarebbero perfettamente in grado – nell’elaborare i loro piani industriali – di prevedere anticipatamente e con la dovuta lungimiranza i futuri mutamenti del mercato ed i conseguenti risultati della loro gestione e, quindi, sarebbero in grado di adottare le giuste scelte organizzative anche in termini di livelli di produzione e di conseguenti livelli occupazionali, assumendo quindi sin dall’inizio dell’attività d’impresa il numero dei lavoratori occorrente per il raggiungimento del risultato finale.

Purtroppo, tuttavia, spesso gli imprenditori non riescono a percepire ed elaborare nella giusta misura i segnali e le informazioni che provengono dal mercato e, più in generale, dall’ambiente esterno e questo errore valutativo induce l’impresa ad elaborare piani industriali caratterizzati sin dall’inizio da eccessive assunzioni e dall’impegno a mantenere eccessivi livelli occupazionali che poi, in caso di crisi economica, generano il problema dei c.d. “esuberi” e dei susseguenti licenziamenti, a discapito dei lavoratori assunti e nell’erroneo convincimento di poter uscire dal dissesto solo ed esclusivamente attraverso la riduzione del costo del lavoro.

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